Associazione Ricerche Ecologia e Medicina Complementare

- IL POTERE DEI LIMITI -
2ª parte

DISTANZE PIÙ BREVI E PLURALITÀ DEGLI SPAZI

  Nell'evoluzione della società moderna, l'interdipendenza geografica su larga scala è cresciuta con l'accelerazione della società: siccome la distanza è l'altra faccia della velocità, la disponibilità di combustibili fossili per il trasporto e di impulsi elettrici per le trasmissioni hanno immensamente accresciuto l'ambito spaziale di molte attività. Siccome le distanze sono un vincolo fintantoché ci vuole molto tempo per coprirle, l'accelerazione meccanizzata ha ristretto le distanze; quelle che prima erano lunghe distanze sono diventate improvvisamente vicine. La velocità riduce le distanze e la comunicazione elettronica alla fine abolisce lo spazio. Evolvendo con questa logica, treni, automobili e aerei insieme a telegrafo, telefono e computer, hanno portato a una interconnessione geografica su larga scala di flussi di beni, persone e messaggi. È stato grazie a queste tecnologie dell'interdipendenza che, in tempi diversi, è sembrato che ricchezza e crescita potessero essere raggiunte meglio attraverso una crescente interconnessione economica su distanze sempre maggiori. La crescita dei mercati nazionali e sovranazionali, e alla fine la prospettiva di un'economia planetaria, sono tutte basate su queste tecnologie di contrazione dello spazio.
  L'integrazione economica, ad ogni modo, richiede sempre più trasporti: le distanze tra produttore e consumatore, fornitori e industrie, sono in aumento ovunque. Fiori dal Kenya e scarpe da Taiwan ne sono esempi tipici. Attraverso una "fornitura globale" le industrie prendono le materie da tutto il mondo, e analogamente, l'attuale tendenza a fare impianti industriali leggeri si basa su una estensione del ciclo di produzione e quindi in un aumento delle distanze da coprire. La "produzione magra" porta quindi direttamente a "trasporti grassi". Anche le componenti di un semplice yogurt tedesco hanno viaggiato per un totale di quasi 9000 Km. Una produzione e uno stile di vita basati su grandi volumi di trasporto a lunga distanza portano con sé un carico insostenibile di energia e materie prime. L'espansione delle reti di scambio commerciale, fino a tutto il mondo, è pagato in buona misura a spese del capitale di risorse naturali dell'umanità.
  Quindi, per ogni politica di "" sarà importante riconoscere il fattore di scala come questione ecologica. La coscienza di limiti biofisici all'espansione economica, richiede una capacità di immaginare, attività economiche che si evolvono in una pluralità di spazi - a livello regionale, nazionale, internazionale - che solo per alcune parti sono connessi tra loro. La ricerca sulle dimensioni ecologicamente ottimali per le diverse operazioni economiche, dal livello globale a quello locale, è appena iniziata, anche se è ovvio che una politica ambientale abbia come primo scopo quello di ridurre i trasporti a un livello accettabile. Una simile politica dovrà modificare la priorità di eliminare gli ostacoli ai viaggi su lunga distanza ovunque possibile, cercando al contrario di mantenere o di aumentare i costi di tempo e sforzo per giungere destinazioni remote. Veicoli più lenti, tratte meno negoziabili, e costi monetari più elevati porterebbero a minori viaggi e a distanze più corte - e quindi a un minor traffico. Progettare strutture economiche che risparmino traffico richiede di porre l'enfasi su distanze più corte e quindi favorire una densità regionale rispetto a connessioni su lunga distanza. Costi più alti di trasporto, che renderebbero le tariffe su lunga distanza meno interessanti, sono un'ovvia condizione, ma sono solo parte del quadro. L'insieme della prospettiva è quella di una nuova percezione della forza economica.
  Mentre per decenni la ripresa economica nelle città e nelle regioni era orientata ad attrarre industrie e inserirle nel modo più efficiente e competitivo possibile nei circuiti nazionali e internazionali, l'idea di un'economia locale sottolinea l'obiettivo di riconnettere i cicli di materiali e monetari a scala regionale. Creando sempre maggiori legami economici nella regione si possono rafforzare le economie locali, cosa desiderabile anche per questioni di sicurezza economica e di aumento di autonomia politica nei luoghi in cui vive la gente.
  Sia per ragioni ecologiche che per il benessere della comunità, le strategie di regionalizzazione dei circuiti di approvvigionamento e di commercializzazione appaiono molto importanti per il cibo, i mobili, le costruzioni, i servizi di riparazione e di manutenzione, come per i servizi sociali. È evidente che, anche nella situazione attuale, un buon numero di cose sono fatte meglio su scala piccola e media. In termini di posti di lavoro, di qualità dei servizi, e di legami economici a livello regionale, gli attori di media scala nell'economia e nella pubblica amministrazione sono spesso superiori alle istituzioni centralizzate. In più, un'economia regionalizzata sembra offrire la scala appropriata allo sviluppo dei settori centrali di un'economia del recupero: riciclare e riparare, entrambi settori vitali di un'economia a basso flusso di materiali, richiedono la prossimità al consumatore e quindi una maggiore efficienza a una scala intermedia. L'energia solare, inoltre, che si basa sulla diffusione distribuita della luce solare, si sviluppa meglio quando molti operatori possono raccogliere piccole quantità di energia, trasformarla e usarla localmente. Una simile logica vale per le tecnologie basate sulle biomasse; la materia vegetale è disponibile in modo diffuso ma è pesante da trasportare; è dunque meglio produrla e lavorarla con modalità decentrata. Nella gran parte di questi casi, distanze brevi tra i punti di produzione e i punti di consumo sono tecnicamente più adatte. Un'economia del recupero dovrà dunque essere almeno in parte regionale. In questa prospettiva, l'antica certezza che progresso significa sempre ridurre la resistenza alla durata e alla distanza, entra gradualmente in discussione. Innumerevoli ponti, tunnel, autostrade, aeroporti, cavi e antenne sono l'eredità della fede standardizzata nel progresso. Invece cresce il sospetto che il progresso possa anche implicare il non lottare contro la resistenza dello spazio e del tempo, anche aumentandola se necessario. Il progresso cesserebbe di essere una battaglia implacabile e ad ogni costo contro gli ostacoli del tempo e dello spazio; un tale cambiamento proverebbe che la società non ha bisogno di trascinarsi dietro, nel XXI° secolo, quelle che erano le aspirazioni ottocentesche.

RICCHEZZA IN TEMPO PIÙ CHE IN BENI

  Su cosa si basa il benessere? Sin da quando il padre fondatore Adam Smith esaltò il lavoro (per la produzione di beni commerciabili) come fonte della ricchezza nazionale, gli economisti hanno ignorato la sfera delle attività non commerciali, prima e oltre il mercato, che costituiscono la comunità. I loro occhi sono fermamente puntati sul Pil, hanno difficoltà a riconoscere ogni creazione di valore in attività che hanno luogo al di fuori dell'economia formale, come il lavoro di casa o il crescere i figli, attività personali e amicizia, vita associativa e attività civiche. Hanno, in breve, perduto di vista non solo il capitale naturale ma anche quello sociale - se si vuole usare un linguaggio da economisti. Questa svista è in gran parte dovuta all'altissima produzione dell'economia formale, alimentata dalle risorse fossili, che getta una lunga ombra sulle altre fonti di benessere. Il credere che ogni valore è prodotto da beni commerciabili ha trovato il suo complemento nel credere che il soddisfacimento derivi dagli oggetti (e servizi) forniti dal mercato, e quindi dal potere d'acquisto. Di nuovo, l'attività personale, le reti di reciprocità e di pubblica associazione, spariscono dalla percezione del benessere, lasciando alla ribalta la sola attività di consumo.
  Il dare tanta importanza al mercato ha condotto le società opulente in un circolo vizioso, e senza alcun dubbio non solo dal punto di vista ecologico. Se massimizzare i consumi è la strada per la soddisfazione, massimizzare gli stipendi appare come l'unico comportamento razionale. Il reddito è sempre stato visto come migliore del tempo libero, e il consumo come migliore dell'ozio. Di conseguenza, gli aumenti di produttività economica sono stati per la gran parte convertiti in aumenti di stipendio e di produzione - e quindi in risorse da consumare - lasciando solo una piccola parte disponibile a aumentare la libertà dalla necessità di lavorare. Questo percorso è stato rafforzato in modo particolare dalla rigidità dei tempi di lavoro - e dei connessi livelli di reddito - nella maggior parte delle società; un lavoro regolare per lungo tempo ha significato un giorno di otto ore, una settimana di cinque giorni, un lavoro per tutta la vita. Nonostante la loro libertà di consumare le persone hanno raramente avuto una fondamentale opzione di scelta: la possibilità di decidere quanto tempo vogliono lavorare e, di conseguenza, quanto vogliono guadagnare.
  Fino ai nostri giorni, la scelta è solo tra un impiego a tempo pieno o niente del tutto. Forme intermedie come settimane più corte, o vacanze più lunghe, sono scarsamente disponibili. Comunque, siccome i livelli di reddito sono fissati, il potere d'acquisto tende a determinare il livello di consumo. In questo processo, ne risulta un ciclo "lavora e spendi" laddove redditi crescenti ma invariabili non lasciano altra scelta, a parte il risparmio, che consumare. In parole povere, le persone smettono di chiedere quanto denaro devono guadagnare per i loro bisogni, e invece si abituano a valutare quanti bisogni possono permettersi spendendo il denaro che guadagnano. Da questo punto di vista, la mancanza di libertà individuale di scelta sul tempo di lavoro emerge come potente incentivo per l'espansione dei consumi nella società.
  Comunque non è impossibile che, avendone la possibilità, un considerevole numero di persone preferirebbe lavorare meno per un minore reddito. Infatti, per molti, in particolare per i benestanti, non è il denaro che manca, ma il tempo. Il denaro e il tempo vengono visti come due risorse del benessere che sono in competizione tra loro. Oltre un certo livello di reddito, l'utilità marginale di maggiore tempo disponibile è superiore dell'utilità marginale di ulteriore reddito. Cercando più libertà per soddisfare i propri interessi, potrebbero rinunciare a parte del loro reddito e accettare deliberatamente l'avventura di organizzare la propria vita in modo da farcela con meno denaro.
  In termini di benessere, guadagnar tempo può compensare una perdita di reddito, aprendo la porta a occupazioni soddisfacenti al di fuori del mercato. Tali stili di vita potrebbero essere stimolati sul principio della padronanza del proprio tempo - diritto molto più esteso che scegliere la lunghezza del proprio tempo di lavoro. Un tale principio non solo sarebbe benvenuto socialmente, per mitigare la crisi occupazionale, ma anche benvenuto ecologicamente, per moderare il potere d'acquisto. Questo approccio offrirebbe un punto d'attacco per riequilibrare le sfere monetizzate e non monetizzate della società.
  Una comunità sostenibile dipenderà in definitiva da soggetti che scelgono di stare fuori dalla competizione economica, che non sono interessati, o sono addirittura antagonisti, rispetto al crescente volume di consumi. Tali soggetti possono dar luogo a un settore di reciprocità e di vita civica, senza cui la fine della crescita economica si tradurrebbe in un drammatico crollo della qualità della vita.
  La domanda cruciale per un'economia durevole sarà: "come è possibile una sicurezza sociale e una vita gradevole senza una crescita economica?" Una possibile risposta è cercare le strade attraverso cui le risorse di terra, diritto, infrastrutture e denaro possono essere distribuite in modo tale che i cittadini facciano molte cose utili in autonomia, basandosi sulle proprie forze. Ciò avviene quando comunità locali e di vicinato sviluppano reti e istituzioni dove possano fiorire attività non commerciali, in modo che i benefici ricadano non solo su quelli coinvolti. Gli schemi Lets (Local Exchange and Trade System), per esempio, facilitano le reti di moderna reciprocità i cui membri (legati attraverso un ufficio locale) possono fornire o chiedere ogni tipo di servizio utilizzando un conto basato sulla moneta del Lets locale. Questi esperimenti rispondono al bisogno di opportunità creative che consentano alle persone di vivere in modo gradevole con minore denaro e ridotto potere d'acquisto. Puntano a un futuro in cui le competenze della società verranno misurate in termini di quanto sanno garantire il bene-essere senza una crescita economica permanente.

BENE-ESSERE INVECE DI BENE-AVERE

  In Inghilterra, con la nascita della società dei consumi nel XIX° secolo, c'è stata una ridefinizione del significato di felicità, che oggi si rivela ecologicamente disastrosa e socialmente fragile. Il volume crescente di oggetti per migliaia di bisogni ha senso solo nel contesto di una visione in cui la felicità cresce con l'aumento della quantità di beni. Con ogni nuova generazione di merci resiste la promessa che una ulteriore accumulazione di beni farà crescere di nuovo la soddisfazione umana. Chiaramente, questo postulato di non saturazione fornisce il terreno culturale su cui cresce il mondo ad alto flusso di consumi; le sue radici affondano nell'Illuminismo con la concezione dei bisogni umani come infiniti e utilitaristici. La cultura odierna del consumo si basa tuttora su questa concezione, nonostante una tale definizione della natura umana, al suo emergere, contrastasse fortemente con la visione classica che considerava i bisogni circoscritti ai vari modelli di vita e diretti in ultimo a qualche ideale non materiale.
  Perché, dunque, non ce n'è mai abbastanza anche nelle società opulente? Perché queste società sono sempre agganciate al principio della non saturazione dei bisogni? Questa domanda non ha avuto risposta per decenni. John Maynard Keynes si chiedeva se una economia eccessivamente sviluppata non potesse a un certo punto giungere alla saturazione. Nei suoi "saggi sulla persuasione", teorizzava che l'imperativo della produttività potrebbe perdere di significato in una società opulenta, poiché l'abbondanza renderebbe sempre meno importante una allocazione ottimale delle risorse. Sottovalutava il significato culturale dei prodotti nelle società opulente. Ciò che conta in tali società è il potere simbolico di beni e servizi. Gli oggetti non sono solo mezzi di utilità strumentale, ma servono a una espressione simbolica: ciò che conta è ciò che un bene dice non tanto ciò che fa.
  Gli etnologi non si sorprenderebbero; studiando le società premoderne hanno sempre letto il possesso di beni materiali come simboli di fedeltà sociale e di significato culturale. Anche nelle società moderne i beni sono mezzi di comunicazione. Costituiscono un sistema di segni attraverso il quale un acquirente produce dichiarazioni su sé stesso, sulla sua famiglia, sui suoi amici. Mentre all'inizio della società dei consumi i beni informavano prevalentemente sullo status sociale, oggi essi denotano la fedeltà a un particolare stile di vita e danno l'idea di come le persone siano diverse le une dalle altre.
  Molti prodotti hanno raggiunto ormai un livello di perfezione che non può essere ulteriormente sviluppato; si possono trovare nuovi compratori solo quando questi beni offrono un capitale simbolico maggiore. Auto che non possono diventare ancora più veloci e più comode sono progettate per diventare meraviglie tecnologiche. Orologi che non possono essere ancora più precisi assumono un aspetto sportivo come se fossero al polso di un subacqueo. Televisori che non possono avere immagini più chiare diventano più larghe per ottenere l'effetto di uno schermo cinematografico. In breve, i prodotti non hanno più un ruolo nella battaglia per la sopravvivenza, ma per quella dell'esperienza.
  Progettisti e pubblicitari offrono continuamente ai consumatori nuove emozioni e nuove identità, mentre l'utilità del prodotto è data per scontata. In un tale contesto, la relazione tra il consumatore e il prodotto è forgiata principalmente dall'immaginazione, che è infinitamente malleabile. Sentimenti e significati sono tutto tranne che stabili; la loro plasticità e la facilità della loro obsolescenza può essere sfruttata dai progettisti in una varietà di modi senza fine. L'immaginazione è, in effetti, una fonte inesauribile di desideri per mantenere una crescente offerta di beni e servizi. È per questo motivo che l'aspettativa che, un giorno, le società ricche possano giungere un livello di saturazione non si è ancora avverata: quando le merci diventano simboli culturali non c'è fine all'espansione economica.
  La stessa promessa di una felicità crescente al crescere dei consumi è piena di incertezze. A tutt'oggi non vi è molta evidenza empirica che - oltre una certa soglia - la correlazione prevista tra aumento dei consumi e aumento del benessere sia ancora vera. Ricerche sulla psicologia della felicità non riescono a provare che nelle società i livelli di soddisfazione aumentino significativamente con l'aumento della ricchezza. Al di là di un certo minimo, i meno benestanti non sono più infelici dei più ricchi. Ciò deriva in prima istanza dal fatto che le persone valutano la loro soddisfazione in relazione agli altri; la distanza percepita rispetto agli altri può essere indipendente dalla relazione con il livello medio di ricchezza. Comunque, potrebbe esservi anche un'altra ragione più profonda per spiegare questo fatto, che in ultimo è legata alla limitatezza del tempo: i più ricchi sono immersi in una trappola temporale.
  Consideriamo che, oltre un certo livello, le cose si tramutano in "ladre di tempo". I beni, grandi o piccoli che siano, devono essere scelti, comprati, scartati, adoperati, mantenuti, puliti, spolverati, riparati, conservati e, infine, buttati. Anche il più bello e più prezioso degli oggetti inevitabilmente si mangia la più limitata delle risorse: il tempo. Il numero delle possibilità - beni, servizi, eventi ecc., - è esploso nelle società del benessere, ma il giorno continua a restare conservatore con le sue sole 24 ore, sicché stress e andatura febbrile sono divenute le caratteristiche dell'esperienza quotidiana. La scarsità di tempo è quindi divenuta la nemesi dell'opulenza. Infatti, in una società dalle molte opzioni le persone non soffrono per una mancanza ma per un eccesso di opportunità. Mentre il benessere è minacciato da una mancanza di mezzi nel primo caso, è minacciato dalla confusione degli obiettivi nel secondo. La proliferazione di opzioni rende sempre più difficile sapere cosa uno vuole, decidere cosa uno non vuole, e di chiarire ciò che uno ha. Molte persone si sentono sovraccaricate e costantemente sotto pressione; nel gorgo della vita moderna hanno perso la chiarezza dei loro scopi e la determinazione delle loro volontà. A parte il dare origine a tutti i tipi di problemi personali, una tale condizione tende a minare il benessere nelle società post-industriali.
  In altri termini, si può affermare che il benessere ha aspetti materiali e immateriali. La soddisfazione materiale è ottenuta acquistando e usando determinati oggetti o materiali; per esempio, comprando cibo e mangiando diverse portate, si soddisferà il bisogno sentito con lo stomaco. La soddisfazione immateriale deriva dal modo in cui oggetti e materiali sono usati; ad esempio, godendosi la cucina italiana e la compagnia conviviale a cena dà un'altra dimensione del piacere. Come per i cibi, molti oggetti raggiungono il loro pieno valore solo quando sono usati, goduti e sufficientemente coltivati. Comunque, e questo è il problema, ottenere soddisfazioni immateriali richiede attenzione, coinvolgimento e, dunque, tempo.
  A gradi diversi, il pieno valore di diversi beni e servizi può essere esperito quando gli si dà attenzione e questi divengono parte di una attività più vasta: devono essere usati con proprietà, goduti adeguatamente e attentamente coltivati. La conclusione è ovvia. Avere troppe cose rende limitato il tempo per il piacere immateriale; una sovrabbondanza di opzioni può facilmente far diminuire la soddisfazione di un benessere di soli beni materiali. In altre parole, la soddisfazione materiale e quella immateriale non possono essere massimizzate allo stesso tempo; c'è un limite alla soddisfazione materiale oltre il quale la soddisfazione complessiva è destinata a diminuire. Come si vede, avere molto contraddice il vivere bene: la frugalità è, quindi, la chiave del benessere.
  Sembra quasi che, dopo il suo fulminante successo, la società dei consumi compia un cerchio e riveli alcuni insegnamenti classici rispetto a come dev'essere una "buona vita". Maestri di pensiero orientali e occidentali possono avere visioni differenti sulla natura dell'universo, ma raccomandano quasi tutti l'adesione al principio di condurre la vita con semplicità. In queste tradizioni di pensiero, l'opposto di uno stile di vita semplice non è una vita di lusso, ma un'esistenza frammentata. Un eccesso di oggetti è visto come una distrazione di attenzione, una dissipazione di energie, e un indebolimento della capacità di controllare la propria vita. Gli avvocati della semplicità sono più preoccupati dell'arte del vivere che della moralità. Proprio come nell'arte, dove tutto dipende da un limitato ma sapiente uso di colori e suoni, allo stesso modo l'arte di vivere richiede un limitato ma sapiente uso di oggetti materiali. In altre parole, questa tradizione suggerisce una relazione sotterranea tra piacere e austerità.
  Soprattutto in un'era in cui esplode il numero di opzioni, l'abilità di concentrarsi, che implica la sovrana capacità di dir di no, diviene un ingrediente importante per creare una vita più ricca.
  Chiunque voglia sollevare la propria testa sopra l'inondazione di merci non ha che la scelta di diventare un consumatore selettivo; e chiunque voglia rimanere padrone dei suoi desideri, scoprirà il piacere di non perseguire sistematicamente opzioni mediante il comprare. Coltivare coscientemente una scarsità di interesse nei consumi eccessivi è la vera attitudine del futuro per ciascuno di noi e come possibilità per il mondo. Henry David Thoureau ha ben sintetizzato questa esperienza quando ha scritto nel suo giornale a Walden Pond: "un uomo è ricco in proporzione alle cose che può permettersi di lasciar perdere".

BIBLIOGRAFIA

Articolo gentilmente concessoci dall'Associazione Ricerche Ecologia e Medicina Complementare che ringraziamo per la collaborazione.

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